Ernst Jünger: Tipo Nome Forma

Tipo Nome Forma

Nota al testo di Alessandra Iadicicco
Traduzione di Alessandra Iadicicco
pp. 170 Euro 13.

“Alla parola “giglio” ciascuno associa una certa rappresentazione, ammesso che si possieda una sia pur lontana conoscenza del regno delle piante. Quando la parola viene pronunciata, emergerà in colui cui ci si rivolge un’immagine, che può corrispondere a un tipo o esserne anche solo un accenno. Egli penserà allora a un giaggiolo, a un iris selvatico o a un giglio della Madonna. Anche al giglio araldico della corona francese, persino al fiore di un giardino sconosciuto del quale non conosce il nome e del quale tuttavia gli sono rimasti impressi il profumo e il colore”.

Le parole possiedono un’originarietà più lontana dell’istante in cui abbiamo imparato a farne uso. Serbano un deposito di significato più remoto di quello cui rimandano i sistemi delle terminologie e delle classificazioni. Risalgono a un passato immemoriale anteriore all’esperienza e al ricordo. Così il giglio, indipendentemente dai diversi “tipi” di liliacee ordinati nelle tassonomie botaniche, evoca la “forma” di un fiore che, a chi pronuncia o ascolta quel “nome” appare tanto vaga quanto reale. “L’immagine del giglio raggiunge una profondità maggiore rispetto al nome. Quando arriviamo in un paese straniero dobbiamo tenere a mente una parola diversa; non occorre però che impariamo di nuovo che cosa sia il giglio”.

La meditazione di Ernst Jünger sul linguaggio va a toccare nelle parole il fondo che aderisce agli strati più lontani dell’essere. Nei pensieri raccolti in Typus Name Gestalt, e pubblicati nel 1963, lo scrittore prende le mosse dall’antica disputa sugli Universali per interrogarsi sul “realismo” dei nomi e sul loro rapporto con le cose. Sulla linea di pensiero di Goethe più che dei linguisti (medievali e moderni), Jünger risponde assegnando al linguaggio un originario spessore ontologico, un reale contenuto d’essere. E ci presenta il mondo come l’avamposto nel quale si incontrano i fenomeni e le parole: provenienti gli uni dall’Indistinto, le altre dal Senza nome. Dare nomi alle cose, denominare gli oggetti del mondo – le piante, i fiori, gli annimali, persino i divini – rappresenta così il contributo che la potenza senza nome riposta nell’uomo apporta alla conformazione della potenza dell’indistinto che pulsa nell’universo vivente: un gesto di religiosa pietà oltre che di conoscenza.
“L’indistinto e il senza nome – scrive Jünger – sono uno e lo stesso; il fondo del mondo e il fondo dell’uomo sono uno”.
Per esprimere una simile corrispondenza occorre un nuovo stile di pensiero, una scrittura misurata, consapevole e orientata sul modello della letteratura più che della teoremi. E infatti, lo Jünger teoreta elabora qui il proprio pensiero limando aforismi perfetti, cesellati come cammei. E vi lascia risuonare i motivi che percorrono da cima a fondo la sua opera: la libertà e il dolore, l’arte e la poesia, la bellezza e la divinazione, la natura e le sue classificazioni, il sacro e la sua venerazione.

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